lunedì 28 aprile 2014

Cultura a #Bologna 1 – Palazzo Fava e i suoi Carracci

Chi si trovi di fronte agli Incanti di Medea, non può non emozionarsi, anche se non sa nulla di storia dell'arte o dei Carracci. Per questo inizio il tour nella cultura bolognese da Palazzo Fava, noto anche come Palazzo delle Esposizioni.

L'incantevole edificio di origine medievale deriva il suo nome dalla famiglia che lo acquistò nel 1546. Passato dai Fava ai Medici, giunse nelle mani dell'Hotel Baglioni che, nel 2005, per fortuna, lo cedette alla Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna. Dopo aver provveduto al suo restauro, la stessa lo riconsegnò alla città. Ora è inserito nel percorso artistico dell'ente Genus Bononiae.

Accade così che oggi Palazzo Fava sia da visitare, soprattutto perché accoglie, al piano nobile, il primo e rivoluzionario esperimento dei giovani fratelli Carracci.

Docufilm – "La memoria degli ultimi” di Samuele Rossi: un nuovo sguardo sulla Resistenza

Potreste aver già visto Lamemoria degli ultimi di Samuele Rossi, presentato in concorso al Bif&st lo scorso 8 aprile, dato che ha viaggiato in varie sale, dal Sud al Nord, sulla scia ideale della Resistenza storica, approdando a Milano il 25 aprile. Se così non fosse, correte a cercarlo.

Prodotto da Echivisivi in collaborazione con Emblema Production e distribuito da Berta Film, nonostante certe evidenti ingenuità, il film colpisce per il suo essere un viaggio emotivo e morale (prima che storico e fisico) e per la sua diversità rispetto a tanti documentari girati su quanto accaduto in Italia dopo l'8 settembre 1943.

Non c'è nessun trito e ritrito intento didascalico o nostalgico o eroicizzante. Nella Memoria degli ultimi Samuele Rossi incontra uomini e donne nella loro intimità discreta e riservata. Ecco il salto di qualità. Uomini e donne che parlano di sé, non della loro concreta azione nella Resistenza, appena evocata mentre ripercorrono ricordi ed emozioni, nel caldo protetto delle loro case o nel viaggio in macchina col regista verso i luoghi dove sono cresciuti o che li hanno visti combattere.

sabato 26 aprile 2014

Bologna da (ri-)scoprire - anteprima

Voglio portarvi a conoscere qualcosa di Bologna. Qualcosa. Perché conoscerla tutta sarebbe impensabile. Questa è, comunque, solo un'anteprima.

Non so a voi, ma a me il nome di questa città ha sempre evocato qualcosa di mitico. Adesso che la sto scoprendo, ne sono affascinata. E di là da ogni mito. Se non vi sarà chiaro il motivo di questa affermazione alla fine di questa serie di post, sentitevi liberi di porre domande.

Bologna non è la città in cui sono nata. Dunque è stata per me tutta da scoprire, da un anno a questa parte. Volete percorrere insieme a me il viaggio in una città sconosciuta? Liberandovi da ogni pregiudizio? Seguitemi dunque!

Ricordo quando sono atterrata a Rimini su un aereo maldestro. Ho proseguito in treno fino alla Stazione Centrale della città, dove mi aspettavo di trovarmi di fronte la lapide con i nomi dei deceduti nella strage di Bologna del 2 agosto 1980.

Ero nella città ancora chiamata “rossa”. Che si sente ancora “rossa”, tanto è forte la sua tradizione.

Quanto a me, sapevo che tutto cambia. Sempre. Così non mi stupii quando tutti – dal tassista all'operatore culturale, dal docente ai turisti o studenti British/American di cui abbonda la città – mi hanno subito malinconicamente confessato che la Bologna di oggi non è più la Bologna di un tempo e che Bologna non è per nulla valorizzata dal punto di vista turistico.

venerdì 25 aprile 2014

Il discorso sulla Costituzione di Calamandrei. E non solo perché è il 25 aprile

Piero Calamandrei

"Lezione" tenuta agli studenti universitari di Milano il 26 gennaio 1955
Semplice  chiara, traboccante di autentica passione civile, che ci arriva anche grazie a quella vivace parlata toscana da cui io sono, anche in questo momento, trascinata. Un discorso che dovrebbe essere fatto ascoltare ai bimbini e ai giovani delle scuole, e che dovrebbe essere periodicamente riascoltato da tutti. Di là da ogni 25 aprile. Ci si sente diversi, dopo.
 
Qui la sua voce:

lunedì 14 aprile 2014

“The Horse Boy”: davvero un documentario solo sull'autismo?

Non posso dire di sapere cosa significhi essere madre di un bambino autistico. Ho avuto però la fortuna di incontrare persone “speciali”. Mi rifiuto di scrivere “afflitti da autismo” non per essere politicamente corretta, né perché sottovaluti le difficoltà e il dolore di chi desidera ardentemente comunicare con una persona amata che proprio nel comunicare presenta gravi impasse. È che quei ragazzi mi hanno incantato e non ho mai pensato – né penso oggi – a loro come a essere “afflitti”. Li ho ammirati e amati. Mi hanno aperto cuore e mente, grazie a quel loro sguardo capace di vedere e sentire quello che non avevo mai notato, o di farmi ricordare quello che non vedevo o non sentivo più. E poi c'è quel senso di stupore, ancora vivo, di fronte a talenti unici e affinati che aspettano solo di essere scoperti e riconosciuti.

Non potevo dunque non vedere The Horse Boy, il documentario girato nel 2007 dal regista Michael Scott che, con la sua troupe, ha seguito la famiglia Isaacson nel corso di un durissimo viaggio dal Texas alla Mongolia, alla ricerca di una guarigione per il proprio figlio autistico, Rowen. Soggetto a crisi di ira incontrollabili, in un susseguirsi angosciante di «Voglio» e «Non voglio» urlati, il bimbo ha affrontato tutte le tappe di un percorso che ha comportato infinite ore di macchina o a dorso di cavallo. Non ne è tornato guarito, ma “migliorato”. A guarire sono stati i suoi genitori, finalmente in grado di accettarlo e supportarlo, assecondando la sua passione per i cavalli.

La sfida al caos di Thomas Bernhard. Appunti di lettura su "Correzione"

«Noi ci costringiamo a non percepire il nostro abisso. Eppure, per tutta la vita, non facciamo altro che guardare giù, al nostro abisso fisico e psichico, pur senza percepirlo.» Così scriveva Thomas Bernhard in Perturbamento (Adelphi, 1995). Il protagonista di Correzione, romanzo che segna una svolta nella produzione dello scrittore austriaco, compie un passo avanti in questa direzione arrivando al suicidio. Della sua sfida all'abisso racconta infatti l'opera, pubblicata in Germania nel 1975 dopo quattro anni di lavoro intenso e ora riproposta da Einaudi nella traduzione di Giovanna Agabio, con prefazione di Vincenzo Quagliotti.
Roithamer è il protagonista, ma non la voce narrante. A raccontare la sua vicenda è un amico d'infanzia che ne ha subito l'influenza e ne ha in parte condiviso il percorso di vita. Entrambi sono austriaci, nati in aree vicine (Altensam il primo, Stocket il secondo), ed entrambi sono fuggiti dal loro Paese natale per approdare in Inghilterra. Ma ad Altensam Roithamer ritorna periodicamente fino a quando decide di stabilirsi nella soffitta dell'amico imbalsamatore Höller. Qui si trincera in un volontario isolamento per concentrarsi su un progetto «immane» da tutti ritenuto folle: la costruzione di un cono nel Kobernausserwald, destinato a diventare l'abitazione per la sua amata sorella.

venerdì 11 aprile 2014

A Bologna Orhan Pamuk parla di come nacque "Neve"

Snow (Neve) è il romanzo più palesemente politico che Pamuk abbia mai scritto. Che la letteratura sia politica in sé, nel momento in cui si occupa – inevitabilmente – dell'individuo e dei suoi rapporti con il mondo, forse non dovrebbe nemmeno essere ricordato. Ma repetita iuvant. E comunque Neve è politico in modo dichiarato.

Tengo a sottolinearlo per uno scrittore turco come Orhan Pamuk, che non si è atteggiato a "eroe" nel corso della terza Lectio Magistralis tenutasi all'Università di Bologna il 9 aprile scorso, nonostante le "disavventure" in cui è incorso e su cui ha, per modestia credo e spero, deciso di sorvolare. Perché certo in qualche serio "imbarazzo" lo scrittore turco si è trovato coinvolto.

Ma a me, ora, interessa condividere con voi come nacque Neve (2002), stando a quanto raccontato da Pamuk.

Un uomo matura. E il Pamuk del 2002 non era più quello che intorno ai vent'anni aveva provato a scrivere un romanzo ispirato ai suoi amici anarchici, per poi alla fine rinunciarvi. La politica non era troppo affar suo, a quel tempo; piuttosto, ben sua era la sfida alla sperimentazione di  nuove vie letterarie.

Tuttavia, oggi, non si può parlare di Pamuk senza parlare di politica e di società civile.

Intervista a Bianca Pitzorno: scrittrice per l'infanzia ma non solo

Bianca Pitzorno è un'amatissima scrittrice di libri per l'infanzia. Più di 40 i romanzi pubblicati; numerose le traduzioni in vari Paesi, dalla Francia al Giappone, e molti i riconoscimenti ottenuti. Uno fra tanti: autrice finalista al Premio Hans Christian Andersen Award 2012. Ma Bianca Pitzorno ha scritto anche romanzi storici, ed è stata funzionaria RAI, sceneggiatrice, archeologa, insegnante, traduttrice, paroliera e altro ancora. Attualmente, è ambasciatrice dell'UNICEF.
Alla Bologna Children's Bookfair 2014, abbiamo avuto occasione di porle alcune domande sulla sua produzione per l'infanzia, apprezzata per il realismo, l'umorismo, la lingua «così lieve e linda e sapiente nella sua ammiccante semplicità» capace di «raccogliere in una trama saldamente unitaria le infinite occasioni ritrovate e riproposte. E poi c'è il senso dell'atmosfera, la robusta capacità di creare un credibilissimo clima figurale proprio mentre si viaggia tra i topoi più noti della storia della letteratura», come ha scritto di lei Antonio Faeti.

I suoi libri per l'infanzia sono a tutt'oggi ristampati e riscuotono uno straordinario successo.

Sì. Sono 15 anni che non scrivo più libri per l'infanzia. Ma, per mia fortuna e con mio compiacimento, continuano a girare libri come Clorofilla dal cielo blu del 1974, come se l'avessi pubblicato l'anno scorso.

mercoledì 9 aprile 2014

Orhan Pamuk racconta per immagini il suo " Libro nero": "Ecco come scrivo e perché scrivo così"

Volete sapere come scrive Orhan Pamuk? È stato lo stesso autore turco a rispondere a questa domanda, almeno in parte ma in modo alquanto suggestivo, nel corso della sua prima Lectio Magistralis tenutasi il 7 febbraio scorso presso l'Università di Bologna.

Dopo una breve presentazione, Umberto Eco, in giacca e cravatta arancione, si è allontanato col suo bastone (è reduce da un piccolo incidente, pare) per lasciare spazio alla voce dello scrittore che, oltre a essere Premio Nobel per la Letteratura 2006, è anche un affascinante conversatore.

 
Osservate dunque queste immagini, che lo stesso Pamuk ha proiettato sul grande schermo alle sue spalle.
È così che l'autore ha deciso di raccontare sé come scrittore e i suoi romanzi, e per una pluralità di ragioni.
Di certo, possiamo definire a pieno titolo Pamuk uno scrittore visivo. Anzi, bulimicamente visivo; affascinato e ossessionato da linee e tratteggi prepotenti (non dai colori chiassosi a cui un turista distratto e superficiale assocerebbe la sua Istanbul); dalla stessa tessitura di foto, mosaici, dipinti (Impressionismo e Postimpressionismo i suoi primi grandi amori); dall'ekphrasis.

lunedì 7 aprile 2014

“Due in uno” di Sayed Kashua: storia di arabi "assimilati" a Gerusalemme, fra grottesco e tragedia

Chi è Yonatan? Lo incontriamo per la prima volta addormentato nella sua stanza in compagnia del giovane arabo Amir. Pensiamo rimanga a letto di giorno a causa di turni di lavoro massacranti, gli stessi a cui è costretto quello che crediamo essere un suo amico. Ma nulla è ciò che appare. Yonatan è un diciottenne che non si sveglierà più; che non vuole vivere ma non vuole nemmeno morire. Può solo essere ucciso.
 
Di lui conosciamo quello che ha deciso di lasciarci in eredità e di raccontarci con le sue fotografie. Sappiamo che ora è quasi solo un nome, evocato all'infinito nel corso del romanzo. Eppure è il cardine misterioso attorno a cui tutto ruota; l'humus simbolico che nutre i personaggi; il catalizzatore delle crisi che travolgono le vite dei protagonisti di Due in uno.
 
Questo è il titolo del terzo romanzo scritto in ebraico dall'arabo israeliano Sayed Kashua ed edito da Neri Pozza nel 2013, nella traduzione di Elena Loewenthal. L'autore di Tira, classe 1975, è noto anche per i pezzi satirici pubblicati sul quotidiano «Ha'aretz» e sul settimanale «Kol Ha'Ir». Qui, come nella sitcom Avoda Aravit redatta in arabo e trasmessa dalla televisione israeliana, racconta con umorismo la vita degli arabi in Israele, i loro tentativi di inserirsi nell'ambiente culturale ebraico, il continuo confronto con i pregiudizi e l'intolleranza di entrambi i mondi.

venerdì 4 aprile 2014

Intervista a Salla Simukka: approda in Italia con “Rosso il sangue” la scrittrice finlandese pubblicata in 40 Paesi

In Italia non è ancora conosciuta, ma grazie alla Mondadori lo sarà presto. Parlo di Salla Simukka, la giovane autrice finlandese di thriller per ragazzi di cui, dal prossimo maggio, sarà possibile leggere Rosso il sangue. Si tratta del primo volume della Trilogia di Biancaneve, che ha riscosso uno straordinario successo internazionale. Infatti, dopo il prestigioso Premio Topelius 2013 per i romanzi Without a trace e Elsewhere, Salla Simukka ha visto i suoi ultimi tre lavori pubblicati in 40 Paesi. Anzi, 41: l'ultimo aggiuntosi alla lista è il Vietnam. In attesa dell'uscita del suo primo romanzo in Italia, l'abbiamo incontrata alla Bologna Children's Bookfair 2014.

Quando hai iniziato a scrivere?
Avevo nove anni quando ho pensato per la prima volta che avrei voluto essere una scrittrice. Ho cominciato così a scrivere le mie storie. Ma avevo 18 anni quando ho partecipato a un concorso per scrivere un romanzo per adolescenti. Quello è stato il mio primo libro pubblicato, nel 2002. In italiano il titolo sarebbe più o meno Quando gli angeli guardano altrove.