mercoledì 10 dicembre 2014

Docufilm - “Concerning violence” di Göran Hugo Olsson

Concerning violence è un viaggio nel mondo della colonizzazione dal punto di vista di un colonizzato, secondo la studiosa Gayatri Chakravorty Spivak. È lei a presentare un film crudo, prezioso (per le interviste e le immagini d'archivio) e violentissimo, benché non vi sia quasi traccia di immagini cruente.

Coproduzione internazionale diretta da Göran Hugo Olsson, il documentario ripercorre le fasi della colonizzazione europea in Africa (dal Burkina Faso al Mozambico, dalla Rhodesia all'Angola). Si attraversano, così, le tappe della conquista, dell'insediamento dei coloni (accompagnato da operazioni di varia “civilizzazione” e indottrinamento) e dello sfruttamento neocolonialista che non uccide più (non conviene: serve manodopera). In parallelo, si assiste alla cancellazione delle identità culturali locali. Ma la conclusione è costruttiva. L'Africa che ha perduto sé stessa, per costruirsi una nuova identità deve attingere a modelli non europei. Serve, insomma, «un nuovo essere umano», che Olsson ci permette di intravedere in embrione.

sabato 1 novembre 2014

Docufilm - “Point and shoot” di Marshall Curry

Point and shoot. “Prendi la mira e spara”, ma anche “punta l'obiettivo e filma”. Il titolo del documentario di Marshall Curry, presentato in anteprima italiana nella rassegna Mondovisioni all'ultimo Festival di Internazionale, è volutamente ambiguo. Oggi vi parlo, in effetti, di un film dai molteplici livelli di lettura che si intrecciano in modo efficace tra loro al limite della cerebralità. Si tratta, insomma, di un'opera raffinata. Non sorprende che abbia vinto il Tribeca Film Festival e che abbia ricevuto il Premio Speciale della Giuria al Little Rock Film Festival e all'Independent Film Festival Boston. 

Partiamo dal livello più semplice, che intreccia biografia e reportage politico. Point and shoot racconta la storia del nerd Matt VanDyke, 27 anni all'epoca delle riprese e originario di Baltimora, U.S.A. Lo vediamo, nelle prime inquadrature, presentare il suo equipaggiamento: due coltelli, giubbotto antiproiettile, casco fornito di videocamera. Si scopre poi, dalla sua intervista a Curry, che è stato un bambino viziato (figlio unico di un figlio unico di un figlio unico), che è sempre stato molto solitario e che è affetto da un DOC (disturbo ossessivo-compulsivo). Le manifestazioni spaziano da fobie lievi come l'ossessione per la pulizia al terrore di far male per sbaglio. Guidando la macchina, per esempio, Matt si trova costretto a fermarsi: ha la sensazione di aver investito qualcuno.

venerdì 17 ottobre 2014

Cultura a #Bologna 11 – Il Centro Amilcar Cabral

Oggi vi racconto del Centro Amilcar Cabral di Bologna, centro di ricerca e biblioteca di altissimo valore non solo per il capoluogo emiliano-romagnolo. Il suo nome deriva dal Cabral che fu tra i principali artefici dell'indipendenza della Guinea-Bissau e ideologo del processo di decolonizzazione africana.

Nato nel 1974 per volontà del Comune di Bologna, il Centro Amilcar Cabral si dedica alla ricerca sulle grandi problematiche contemporanee che coinvolgono Asia, Africa e America Latina, ma la sua attenzione è rivolta anche al mondo della cooperazione internazionale, dei diritti umani e della storia dell'incontro tra Oriente e Occidente.

Docufilm - "La guerra contra las mujeres" di Hernán Zin

La guerra contra las mujeres di Hernán Zin, vincitore come miglior produzione internazionale al Terradituttifilmfestival, denuncia lo stupro come tattica di guerra. È un documentario forte, costato al regista tre anni di riprese nei 10 Paesi in cui ha incontrato le donne protagoniste del film. Attraverso i loro sguardi, i loro corpi, le loro voci, prende così vita un panorama agghiacciante.

Già lo sono i dati statistici forniti. In Bosnia, tra il 1992 e il 1995, sono state 40 000 le donne violate. In Congo, tra il 1999 e il 2013, 200 000 donne hanno subito uno stupro di guerra. Tra il 1985 e il 2006, l’Uganda ha visto 4000 bambine sequestrate e violentate. Nel solo 1994 in Ruanda si contano tra le 250 000 e le 500 000 donne oggetto di violenza.

Dietro questi numeri ci sono anime, e voci e corpi che emergono dal buio, scagliati come pietre contro la nostra coscienza distratta o offuscata. Voci e corpi come quelli di Leila a cui viene chiesto: "Parla di quello che ti fa male". Fa parte della cura: il silenzio uccide quello che già non è morto.

venerdì 10 ottobre 2014

Docufilm - “Alphabet” di Erwin Wagenhofer

Come crescere i nostri figli? Quale scuola progettare per loro? Alphabet di Erwin Wagenhofer ci invita a riflettere bene prima di rispondere a queste domande. Si tratta dell'ultimo documentario di una trilogia iniziata con We feed the world del 2005 (dura critica nei confronti dell'industria alimentare) e proseguita con Let's make money del 2008 (sul mondo della finanza).

Intenzionato a girare un film sull'educazione, il regista ha incontrato il liutaio, compositore e giornalista André Stern, che di sé dice: «Sono un bambino di 43 anni». La sua esperienza è raccontata nel libro autobiografico Non sono mai andato a scuola (Nutrimenti, 2014). Consapevole di aver vissuto un'infanzia eccezionale, afferma che essa è stata, in realtà, «la più naturale del mondo». La sua educazione si è basata sui metodi del padre Arno Stern, educatore tedesco che ha aperto a Parigi nel 1949 il Coslieu, un atelier di pittura per bambini in cui svolgeva il ruolo non di insegnante, bensì di “assistente alla pittura” (professione inventata da lui). Studioso del fenomeno della “formulazione”, ha sviluppato metodi di “educazione creatrice” condivisi dalla moglie, che ha, infatti, deciso di abbandonare il suo lavoro di insegnante nelle scuole.

Ora André Stern è anche direttore dell'iniziativa Männer für morgen [Uomini per domani] per volontà del professor Gerald Hüther, ricercatore di neurobiologia avanzata. Il suo obiettivo non è criticare a priori l'istituzione "scuola", bensì divulgare la propria esperienza e contribuire a una riconsiderazione del concetto di "educazione" col supporto di argomentazioni scientifiche. Citando le sue parole, «il mio lavoro è recuperare la fiducia nel bambino», che non nasce stupido o intelligente né tale rimane tutta la vita.

domenica 5 ottobre 2014

Cultura a #Bologna 10 – La Casa di Khaoula


A Bologna esiste una piccola biblioteca molto speciale: La Casa di Khaoula. Non è né la Salaborsa né l'Archiginnasio: il suo scopo è educare all'interculturalità. Purtroppo, molti cittadini non la conoscono, anche perché è situata nel Quartiere Navile, circondata quasi dal nulla. Insomma, non è in pieno centro. È invece vicinissima al Quartiere Bolognina, oggi zona ad alto tasso di immigrazione.

La biblioteca prende il nome da una bambina marocchina di 10 anni. Accadde che Khaoula si trasferisse alla Bolognina con la famiglia, dove, però, non riusciva a trovare luoghi in cui studiare. Chiese allora al Quartiere Navile se lì per caso vi fossero spazi disponibili. La sua richiesta non si perse nel vuoto: col tempo, fu presa la decisione di creare una sala di lettura per bambini nel parco dell'Ippodromo Arcoveggio.

venerdì 3 ottobre 2014

Docufilm – “La neve nera. Luigi Di Ruscio ad Oslo, un italiano all'inferno” di Angelo Ferracuti e Paolo Marzoni

La neve nera. Luigi Di Ruscio ad Oslo, un italiano all'inferno ci regala l'occasione per ricordarci di uno scrittore di valore, marginale ed eccentrico, ribelle e sempre politico. Non so quanti lo abbiano letto, benché abbia ricevuto – e a ragione – gli elogi di letterati acuti come Quasimodo e Porta, Fortini e Majorino, Roversi e Volponi. Il documentario girato da Paolo Marzoni su soggetto dello scrittore Angelo Ferracuti e prodotto da Maxman Coop, ha dunque il primo merito di accendere i riflettori sulla vita e sulla produzione di un autore raffinato che scriveva dopo lunghe e dure giornate in fabbrica.

Lo hanno chiamato “poeta-operaio”. Questione di mode critiche e ideologismi. Per Di Ruscio, la definizione è troppo stretta. In fabbrica lo scrittore dovette lavorare per mantenere i suoi quattro figli, senza potersi concedere né un'uscita al cinema né un bicchierino al bar. È anche vero – sono parole sue – che, «senza l'avanzata della classe operaia, non avrebbe potuto scrivere». Ma l'autore marchigiano è un artista “puro” o non potrebbe affermare che «la gioia della poesia è solo poesia».

giovedì 25 settembre 2014

Docufilm - "Io sto con la sposa" di Antonio Augugliaro, Gabriele Del Grande e Khaled Soliman Al Nassiry

Un documentario ma, prima ancora, un atto di disobbedienza civile. Questo è Io sto con la sposa, il film approdato alla 71a Mostra del Cinema di Venezia, fuori concorso nella sezione Orizzonti, e prodotto grazie a un crowdfunding di entità unica in Italia.

A realizzarlo è stato un trio motivatissimo: Antonio Augugliaro, Gabriele Del Grande e Khaled Soliman Al Nassiry. Filmmaker il primo; giornalista free lance il secondo; poeta, grafico e critico letterario di origine siriano-palestinese il terzo, residente a Milano dal 2009.

Permettetemi qualche parola in più sul giovanissimo Gabriele Del Grande, che nel 2006 ha fondato l'osservatorio Fortress Europe, a cui è seguita la creazione dell'omonimo interessantissimo blog che dà notizia in tempo reale, giorno per giorno, dei decessi di coloro che hanno tentato di entrare nella "Fortezza Europa" e nel Maghreb dal 1998. Vi troverete anche informazioni sulle molteplici attività di un giornalista indipendente che ha vissuto i conflitti in Libia e Siria; che ha scritto libri frutto delle sue ricerche e dei suoi incontri; che ha, alla fine, deciso di prendere una posizione in merito alla condizione degli uomini, delle donne e dei bambini in fuga da Paesi in guerra e in cerca di asilo politico. In Italia, se ci arrivano, vengono radunati in centri nemmeno più chiamati "di accoglienza". La validità del loro passaporto non è riconosciuta dalle ambasciate europee. Per proseguire il loro viaggio, si trovano costretti a ricadere nelle mani dei contrabbandieri libici ed egiziani già generosamente pagati perché li trasbordassero sulle coste settentrionali del “mare solo nostrum”. Lo impongono le leggi. «A meno che a quelle leggi qualcuno non decida di disobbedire. Noi l'abbiamo fatto», dichiarano i tre autori a esordio di Io sto con la sposa.

mercoledì 17 settembre 2014

Cultura a #Bologna 9 – L'Europa Cinema e il Kinodromo

A Bologna i cinema non mancano. Ma l'Europa Cinema ha un che di speciale. È una sala storica che ha rischiato di chiudere i battenti, trovandosi per di più in una zona considerata a rischio di degrado urbano. Senonché un gruppo di Cineasti Arcobaleno ha puntato i piedi e attivato la propria intraprendenza: nel 2012 si è costituito nell'associazione culturale Kinodromo che ha salvato l'Europa Cinema.

Non cercate radici etimologiche scientifiche per il nome dell'associazione: fallireste. Vi basti notare l'eco di sonorità e grafemi che rimandano al mondo tedesco. Soprattutto, affidatevi a un'etimologia fantastica. “Kinodromo” starebbe per “il cinema che corre selvaggio”.

martedì 16 settembre 2014

Docufilm - “The Look of Silence” di Joshua Oppenheimer

The Look of Silence di Joshua Oppenheimer, vincitore del Gran Premio della Giuria alla 71a Mostra del Cinema di Venezia, è molto più che un mero documentario di denuncia. Il regista statunitense punta di nuovo lo sguardo sull'Indonesia protagonista del suo precedente e pluripremiato The Act of Killing, in cui i responsabili degli eccidi perpetrati sotto il regime di Suharto erano arruolati come interpreti di uno spettacolo grottesco: la rappresentazione delle stragi di cui erano stati responsabili e in cui erano chiamati a giocare sia il ruolo dei carnefici sia quello delle vittime. The Act of Killing era il risultato di un lavoro costato cinque anni di riprese (dal 2005 al 2010) e che ha convinto tanto il pubblico quanto la critica.

 Con The Look of Silence Oppenheimer torna agli anni bui delle assassini di massa avvenuti nel 1965 in un'Indonesia controllata dagli U.S.A. «Dovrebbero regalarci un viaggio in America», dice uno dei “soldati del popolo” manovrato dall'abile e sperimentata propaganda americana, che ha trasformato gli oppositori del regime in “comunisti”, quindi in uomini da eliminare perché non credono in Dio e perché usi a costumi indegni come quello di scambiarsi le mogli (variante asiatica del mito occidentale del comunista mangiatore di bambini).

Non pensate che The Look od Silence sia un sequel di The Act of Killing, benché lo presupponga. Il protagonista Adi è un giovane indonesiano che svolge la professione di optometrista. Vuole aiutare le persone a vedere meglio. Professione palesemente metaforica, la sua, soprattutto dal momento che suo fratello Ramli è tra i trucidati nella strage dello Snake River (si uccideva a colpi di accetta o machete, modello catena di montaggio; nel caso del duro a morire Ramli, il colpo fatale fu il taglio del pene, seguito dall'annegamento nel fiume) e che sua madre attende una vendetta che dovrà prima o poi consumarsi, mentre accudisce un marito demente e cieco, ridotto pelle e ossa, che – completamente perduto in sé stesso (casuale quanto fortunata metafora: perso in una vita e in una storia che non riconosce più) – pensa di avere 16 o 17 anni. «Apri gli occhi, papà», lo invita Adi. «Vedo molto poco... Mi sembra di vedere della luce.» Ma è solo un momento. Al suo ultimo apparente risveglio, mentre si sposta restando seduto con le gambette smilze come un bimbo senza madre né padre, le sue parole sono: «Dove sono? Sono a casa di qualcun altro. Come ci sono arrivato? Sono a casa di un estraneo. Mi picchierà».

sabato 13 settembre 2014

“L'ultima madre” di Giovanni Greco

L'ultima madre di Giovanni Greco è una madre di Plaza De Mayo, anzi è tutte le madri e le abuelas di Plaza de Mayo, metaforicamente e perché nel suo ritratto credo confluiscano le emozioni, le esperienze e le riflessioni delle donne che l'autore ha incontrato nel corso dei suoi viaggi di ricerca a Buenos Aires.

Lo scrittore è già noto al pubblico per Malacrianza (Nutrimenti, 2012), vincitore del Premio Calvino e finalista allo Strega e al Viareggio. Forse non tutti sanno che è anche traduttore e, prima ancora, autore e regista teatrale. Proprio in quest'ultima veste ha portato sulle scene lo spettacolo che ha poi trasformato nell'Ultima madre, uscito quest'anno per Nutrimenti-Feltrinelli.

venerdì 12 settembre 2014

Docufilm - "La pazza della porta accanto. Conversazione con Alda Merini" di Antonietta De Lillo


Alda Merini si è definita La pazza della porta accanto nel volume in prosa pubblicato per la prima volta da Bompiani nel 1995. Antonietta De Lillo ha scelto lo stesso titolo per la sua conversazione con la poetessa dei Navigli, che nel documentario del 2013, prodotto da Marechiarofilm in collaborazione con Rai Cinema, racconta di sé, del suo mondo poetico e dell'arte.

Il videoritratto, realizzato grazie all'elettronica digitale con la tecnica del found footage, è un misurato e intenso sguardo, intimo e rispettoso insieme, dell'autrice nota tanto per testi quali Vuoto d'amore quanto per la sua personalità libera e eccentrica e per la sua ricca e sofferta biografia.

Ma è il mondo artistico di Alda Merini, seppure intrecciato in modo inestricabile alle sue vicende private, al centro del film della regista napoletana. È Alda Merini a parlare. È solo la sua voce che ascoltiamo, in un dialogo trasformato in un monologo concentrato, il cui montaggio è una delle testimonianze più evidenti della maturità di Antonietta De Lillo. Il risultato? Un film che calamita e catalizza intelligenza ed emozioni, ammirazione ed empatia.

giovedì 28 agosto 2014

Intervista a Daniele Menozzi, autore di “Giudaica perfidia”, l'antisemitismo tra liturgia e storia

«Giudaica perfidia». Uno stereotipo antisemita fra liturgia e storia è il titolo dell'ultimo libro di Daniele Menozzi, professore ordinario di Storia contemporanea presso la Normale di Pisa. Ho incontrato lo studioso in occasione della presentazione del suo saggio, edito da il Mulino, presso l'Archiginnasio di Bologna. La conversazione, che ha toccato figure e temi cruciali della contemporaneità (da papa Francesco al conflitto tra Israele e Palestina), è ruotata intorno all'espressione «giudaica perfidia» presente nella liturgia cattolica del Venerdì santo e che, per il professore, è stata un potente strumento per il radicarsi dell'antisemitismo nell'immaginario collettivo cristiano-europeo. Con un rigore che non rinuncia alla comunicatività, il volume ripercorre, infatti, la storia e l'incidenza della locuzione attraverso l'età contemporanea con inevitabili quanto necessari riferimenti socio-politici, nella fiducia che una ricostruzione storica puntuale e razionale sia il migliore (se non l'unico) antidoto al perdurare e all'ulteriore diffusione di pregiudizi che, radicati nel profondo delle coscienze, si prestano a essere facili strumenti di manipolazione politica.

Prima di entrare nel merito del suo libro, potrebbe chiarirci i concetti di giudaismo, semitismo, sionismo e relativi anti-?
In «Giudaica perfidia» ho usato con attenzione i termini “giudaico” e “semita”, proprio perché c'è un problema di antigiudaismo e antisemitismo. Quando si parla di giudaismo, si parla essenzialmente di religione mosaica. L'antigiudaismo esprime, perciò, una posizione di antitesi nei confronti della religione mosaica. È la posizione che il Cristianesimo ha mantenuto per molto tempo, fin dai primi secoli, in quanto ha voluto solo sottolineare la differenza rispetto alla religione da cui proveniva, oltre al pericolo che questa religione rappresentava.

martedì 26 agosto 2014

Cultura a #Bologna 8 – Archiginnasio

Rieccoci a Bologna, dove oggi mi seguirete all'Archiginnasio. Non si tratta di una sala di pubblica lettura come Salaborsa, ma di una vera e ricchissima biblioteca che conta oltre 80 000 volumi, di cui 2500 incunabuli, 9000 manoscritti, 200 fondi archivistici e più di 250 000 tra carteggi e autografi. Insomma, un tesoro per studenti e ricercatori. E poi ci sono 40 000 incisioni, disegni e fotografie, a cui l'Archiginnasio attinge a piene mani per l'allestimento delle sue mostre. Mi piace ricordare qui, tra le numerosissime,
  • Le due vite di Teresita (dedicata alla prima donna che lavorò all'Archiginnasio nel 1910);
  • L'altra metà del cielo. L'epopea delle donne volanti (omaggio alle pioniere dell'aviazione);
  • L'eresia dei Magnacucchi (su una vicenda della Sinistra italiana dimenticata dai più: l'espulsione di Magnani e Cucchi in quanto “traditori” ̶ leggasi “liberi pensatori” ̶ dal PCI di Togliatti nel 1951);
  • Eritrea 1885-1898 (immagini e documenti del primo colonialismo italiano);
  • All'ombra del Littorio (sulla propaganda fascista bolognese dal 1924 al 1939).

lunedì 25 agosto 2014

Docufilm - “Travelling in(to) Fluxus” di Irene Di Maggio

Non pensate a un noioso documentario storico-educativo sull'arte. Travelling in(to) Fluxus è il frutto di un viaggio affascinante intrapreso da Irene Di Maggio. La regista ha voluto, infatti, ripercorrere le tappe toccate 40 anni prima dai genitori, Viviana Socci e Gino Di Maggio, alla ricerca degli artisti di Fluxus. Dunque, col suo film approdiamo con lei a New York, anzi a Soho. Meglio ancora, nel contesto sofisticated low-budget eletto dal lituano-americano George Maciunas a cuore pulsante e aggregante del movimento artistico nato ufficialmente col Manifesto del 1961.

Da quel luogo sarebbe iniziate corrispondenze (per posta o per telefono) tra artisti di tutto il mondo che in comune avevano solo una decisa volontà di rottura rispetto all'establishment culturale. In quello spazio gli artisti si sarebbero anche ritrovati e avrebbero lavorato fianco a fianco, proseguendo ognuno nella propria direzione ma – in modo inevitabile – nutrendosi delle discussioni e dei reciproci stimoli creativi. «Un network prima di internet», come si afferma nel documentario. In effetti, per la prima volta nella storia, grazie alla personalità catalizzatrice di Maciunas, Fluxus realizza una rete culturale che varca ogni confine.

mercoledì 20 agosto 2014

Docufilm - "Is The Man Who Is Tall Happy?: An Animated Conversation With Noam Chomsky" di Michel Gondry

Is The Man Who Is Tall Happy?: An Animated Conversation With Noam Chomsky è un interessante documentario alla maniera di Michel Gondry, ma anche un'occasione per un incontro ravvicinato e inusuale con il professore del Massachusetts Institute of Technology.

Il teorico della linguistica generativa e il lucido attivista politico ci si presenta nell'intimità della sua abitazione, dimesso e a volte stanco al punto da inciampare nelle sue stesse parole che il regista finge di non capire. È l'uomo Chomsky al centro del documentario di Gondry, che gli chiede della sua infanzia (scolasticamente felice fino a quando fu educato col metodo Dewey, poi una noiosa e castrante catastrofe) e della sua vita (segnata dalla morte della moglie).

Non mancano riflessioni e teorie, che il linguista spiega con un atteggiamento che più lontano da una cattedra non si potrebbe immaginare e che il gusto sperimentale e visionario del regista di Se mi lasci ti cancello (2004) e Mood Indigo (2013) traduce in disegni animati col metodo della stop motion. Disegni che trasformano in linee e colori le parole di Chomsky mano a mano che vengono accolte, comprese e interpretate da Gondry.

mercoledì 6 agosto 2014

Cultura a #Bologna 7 – Salaborsa

Dopo avervi portato al MAMbo, oggi vi accompagno in Salaborsa, la sala di pubblica lettura che si apre in Piazza Nettuno, nel pieno centro di Bologna. Lì si respira una cultura che si offre leggera, ragionata ma ariosa. Potete godervela liberamente nella tranquillità di comode poltroncine o di colorate sedie ergonomiche, oppure seduti ai tavoli vicino a studenti e lettori delle categorie più varie.

Quando si entra in Salaborsa, subito si percepisce un'aura di vitalità. La cultura non si impone: è messa a disposizione e viene scelta. Ci si muove tra scaffali di libri, DVD e riviste; postazioni internet, mostre, spazi giocosi e allegri pensati per i bambini. Non manca una caffetteria per un piacevole break. E, se si abbassa lo sguardo al pavimento dell'atrio ampio e luminoso, chiamato Piazza Coperta, ci aspetta lo spettacolo di reperti archeologici che dall'era villanoviana ci conducono alla romana Bononia.

La Salaborsa è un luogo che si scopre poco per volta, se teniamo gli occhi ben aperti, o se la frequentiamo periodicamente, o anche solo se visitiamo con attenzione il suo sito, che ci avvisa della molteplicità delle sue iniziative e, dunque, della sua politica culturale. Data la varietà delle proposte, che convergono a rendere Salaborsa ben più che uno spazio di pubblica lettura, ho deciso di procedere per punti. O della Salaborsa come luogo di aggregazione e promozione culturale rischierei di dimenticare troppo.

lunedì 4 agosto 2014

Docufilm - “Dangerous Acts Starring the Unstable Elements of Belarus” di Madeleine Sackler

Il documentario di Madeleine Sackler Dangerous Acts Starring the Unstable Elements of Belarus è dedicato al Belarus Free Theatre. Girato in condizioni difficilissime per eludere la censura (indispensabile è stato Skype), non so quando sarà visibile nelle sale italiane: al momento manca un distributore nel nostro Paese. Ma le cose potrebbero cambiare grazie allo scorso Biografilm Festival e ai riconoscimenti ottenuti nella sezione Concorso Internazionale dal film, che ha ricevuto il Best Film Life Tales Award e l'Audience Award. Per ora, Dangerous Acts è presentato nei festival di tutto il mondo e il Belarus Free Theatre ha messo in scena i suoi spettacoli in più di 40 Stati, ricevendo una straordinaria accoglienza soprattutto a New York e a Londra. Da noi, per fortuna, esiste il web.

Gli attori del “Teatro Libero della Bielorussia” sono stati costretti a fuggire sotto falso nome dal loro Paese, sono approdati a New York dove il loro Zone of silence si è guadagnato una recensione entusiastica dal New York Times. Alcuni di loro hanno poi deciso di tornare in Bielorussia per stare vicino ai propri cari. Altri hanno scelto la Gran Bretagna, dove hanno chiesto e ottenuto asilo politico.

giovedì 24 luglio 2014

Intervista a Gianni Biondillo: «L'Africa non esiste»

Ho avuto l’occasione di incontrare Gianni Biondillo al “Tagliere letterario”, il salottino culturale del Biografilm Festival. Il noto autore di gialli era a Bologna per la presentazione del suo ultimo libro, L'Africa non esiste (Guanda, 2014), che racconta cinque viaggi compiuti dallo scrittore rispettivamente in Uganda, Ciad, Eritrea, Etiopia ed Egitto al seguito di alcune ONG.
Il titolo è palesemente provocatorio: a non esistere è lo stereotipo di Africa diffuso dai mass media. L'Africa esiste eccome, e soprattutto esistono le persone che la abitano. L'Africa non esiste è dunque un libro contro i luoghi comuni, contro i pregiudizi, contro la malattia del «buonismo», ma anche un diario sui generis delle scoperte e degli incontri che l'autore ha sentito la necessità di condividere con noi. Con uno sguardo sensibile attento e attento, autoironia e profonda umanità, Biondillo ci invita a riflettere, mentre ci narra di quella «piccola Italia» che è Asmara, del lusso in cui vivono gli alti commissari ONU rispetto ai volontari entusiasti, dell'incantata natura africana e delle violenze inflitte a bambini soldati come Geoffrey e a spose bambine come Nighty. «Ora so che dell’Africa non sapevo niente, e che ora ne so anche meno», ha affermato lo scrittore. Non ho resistito a porgli qualche domanda.

Che significato assume per lei il viaggio?
La verità è che io sono un autore di libri di viaggio. Molti pensano che io scriva romanzi gialli. In realtà io ho sempre e soltanto scritto libri di viaggio. Il mio personaggio, l'ispettore Ferraro, in sostanza si muove per la città e racconta luoghi. Ci sono romanzi in cui i personaggi si muovono lungo lo stivale italiano. Ho fatto il giro delle tangenziali di Milano a piedi e ci ho fatto un libro. Perché io sono un architetto di formazione. Quindi il paesaggio è sempre il protagonista dei miei libri. Ovviamente ogni volta con modalità differenti. Anzi, se dovessi trovare una cosa che tiene insieme tutti i miei libri, credo che “viaggio” sarebbe la parola giusta.

martedì 22 luglio 2014

Cultura a #Bologna 6 – MAMbo

Oggi vi porto a scoprire il MAMbo, un bel nome per un museo di Bologna da non lasciarsi sfuggire e che i bolognesi potrebbero forse godersi un po' di più. L'acronimo sta per “Museo d'Arte Moderna di Bologna”, ma il segno distintivo del MAMbo, diretto da Gianfranco Maraniello, è l'arte sperimentale contemporanea.

Pensate a spazi ampi, bianchi e luminosi, che si aprono in un edificio situato proprio nel centro di Bologna, nel cuore dell'antico distretto della Manifattura delle Arti. Ex-sede del Forno del Pane, il Museo si trova vicino alla Cineteca, allo stupendo Cassero, a laboratori e Dipartimenti universitari. Insomma, chi arriva al MAMbo, entra in una zona che concentra storia, creatività e ricerca, e che incanta lo sguardo grazie a ristrutturazioni rispettose dell'architettura pre-esistente.

lunedì 21 luglio 2014

Docufilm – “Ukraine Is Not a Brothel. The Femen Story” di Kitty Green

Con Ukraine Is Not a Brothel. The Femen Story Kitty Green ha girato un documentario intelligente, demitizzante e provocatorio. Nella sua linearità che non esclude una ben calibrata suspense, il film arriva dritto al cuore, mentre ci guida tra le infinite contraddizioni del “femminismo patriarcale” ucraino.

Probabilmente molti di voi conoscono il fenomeno delle Femen. Sono quelle belle ragazze che se ne vanno in giro nel loro Paese e all'estero a lanciare il grido femminista: «Ukraine is not a brothel» [L'Ucraina non è un bordello]. Le ricorderete forse mentre compiono i loro raid col petto nudo dipinto di scritte nere che non coprono il topless, fiori e nastri colorati nei capelli. Sistematicamente prelevate a forza dalla polizia, sono state anche accusate di reato penale per aver osato suonare le campane della cattedrale di Kiev in segno di protesta contro il divieto d'aborto. È proprio questo, anzi, l'episodio euforico con cui Kitty Greene ci presenta le Femen in azione. Sembrerebbe un inno gioioso alla nascita del femminismo nell'Ucraina meta del turismo sessuale, dove le donne sono comprate e vendute, o si vendono da sé.

giovedì 17 luglio 2014

Intervista a Luca Crovi: il genere giallo

È difficile riassumere la ricca biografia dell'attivissimo ed eclettico Luca Crovi. Molti di voi lo ricorderanno come conduttore della fortunata trasmissione di Radiodue Tutti i colori del giallo, genere di cui è critico attento e appassionato. Ma è anche autore di numerosi saggi e racconti, sceneggiatore di fumetti ispirati ai romanzi di Andrea G. Pinketts, Joe R. Lansdale e Massimo Carlotto, redattore della Sergio Bonelli Editore e altro ancora. Affabulatore carismatico, dotato di rara forza comunicativa e di un senso dell'umorismo che lo rendono «un turbine di energia», citando Lansdale, Luca Crovi è un interlocutore privilegiato per una conversazione sul giallo e le sue molteplici sfaccettature.

Vorrei parlare con lei di “noir”, prendendo spunto dal suo Noir. Istruzioni per l'uso (Garzanti, 2013), prezioso manuale su autori grandi e/o noti del passato e del presente. Perché ha deciso di utilizzare il termine "noir" invece del più comune "giallo"?
In realtà il mio libro doveva intitolarsi Suspense! Avevo scelto quel termine perché mi permetteva di inserire autori appartenenti a generi letterari diversi che avevano fatti loro gli elementi della letteratura di suspense. Il titolo Noir. Istruzioni per l’uso l’ha scelto Oliviero Ponte Di Pino della Garzanti. Una volta che lui mi ha sottoposto quel titolo e mostrato la magnifica copertina che aveva scelto, ho declinato di conseguenza alcuni dei contenuti. Il mio saggio è nato per richiesta esplicita di Ponte di Pino e Stefano Mauri che volevano che costruissi per il gruppo GeMS uno speciale “Atlante del Delitto”. Io l’ho scritto seguendo il mio stile e mettendoci dentro buona parte delle interviste che avevo raccolto nel tempo con alcuni dei più importanti maestri della letteratura di suspense. Comunque, personalmente amo molto la parola “giallo”, perché in Italia ha da sempre identificato a 360 gradi un certo tipo di narrativa di genere e quindi la uso spesso.

Il genere giallo è complesso. Molti suoi elementi si trovano in numerosi classici. Inoltre, il giallo è diventato sempre più ibrido, aperto a sperimentazioni postmoderne o a contaminazioni con altri generi. Pensa anche lei che ciò dipenda dall'elemento “suspense” legato all'investigazione sia nel fondo oscuro dell'uomo sia nella società?

lunedì 14 luglio 2014

Docufilm - “The White Soldier” di Danielle Zini

Chissà cosa sta pensando in questi giorni The White Soldier, che non è solo il titolo del film presentato in anteprima italiana allo scorso Biografilm Festival bolognese e che non sappiamo se avrà accesso nelle sale italiane, ma anche il personaggio che la regista Danielle Zini ha voluto filmare.

The white soldier è stato creato dall’artista performativo Yuda Braun, israeliano «non praticante» che ha servito nell’esercito del suo Paese. «Il fatto stesso che ognuno di noi sia tenuto a entrare nell’esercito, è qualcosa con cui siamo nati e cresciuti. Sì, a volte ho pensato che sarebbe bello essere in altri Paesi, ma d’altronde questa è la nostra realtà e dobbiamo confrontarci con essa, dobbiamo reagire in qualche modo ad essa», è stata la risposta della Zini a una delle domande che le sono state poste. La reazione di Yuda Braun è stata lasciare l’esercito e intraprendere un progetto artistico.

mercoledì 9 luglio 2014

Intervista a Roberto De Luca, autore di "Adrenalina di porco"

Roberto De Luca torna nelle librerie con Adrenalina di porco. Storia di una banda criminale, edito da Pendragon, dopo il thriller Insospettabili ombre per gli stessi tipi nel 2008. Protagonista è ancora Luca De Robertis, anagramma del nome del suo creatore e, come lui, Maresciallo dei carabinieri. Lo scrittore originario di Mondragone e in servizio a Bologna, dunque, conosce bene il mondo criminale di cui scrive. Il suo giallo dal ritmo scattante e serrato racconta la caccia a una banda dalla «ferocia sadica e pericolosa» denominatasi "Adrenalina di porco", offrendoci anche occasioni di riflessione sull'idea di legalità.

Perché scrive?
Scrivere per me è un divertimento. E mi serve per non far ricadere nella mia vita privata quello che accade al lavoro. Anche se è nato tutto per gioco, a partire dal nome del mio personaggio. Ma pensi a quello che viene prima. Tutti i giorni, dalla mattina alla sera, ho a che fare con orrori di altre persone che vengono da me oppure che leggo nei fascicoli. Quando succede qualcosa, apro le porte della famiglia di qualcuno senza conoscerlo ed entro a far parte della sua storia. Ma non è una storia bella. Comunque da lì parte tutto un mondo da scoprire. Si va dalla semplice lite condominiale ai reati contro la famiglia. E quando per esempio una donna ti racconta quello che ha subito da un uomo... Se lo scrivessi in un libro, non ci crederebbe. È la realtà che supera la fantasia. Quindi è molto meglio scrivere di fantasia che scrivere la realtà. Se si scrive di realtà, c'è il rischio che ti dicano: hai lavorato troppo di fantasia. La mia scrittura è, quindi, molto collegata al mio lavoro, sia perché molti spunti vengono da lì, sia perché è il mio modo per evadere dalla realtà. È una finzione verosimile in cui stavolta io ho il diritto di vita e di morte sui miei personaggi.

Cultura a #Bologna 5 – Il Museo per la Memoria di Ustica

Il Museo per la Memoria di Ustica di Bologna celebra in questi giorni l'anniversario del 27 giugno 1980, quando il DC-9 Itavia I-TIGI precipitò nel mare intorno all'isola siciliana. Gli eventi che si terranno fino al 10 agosto nell'antistante Giardino della Memoria sono un'ulteriore invito a visitare il Museo voluto dall'Associazione dei Parenti delle Vittime della Strage di Ustica, nata per volontà di Daria Bonfietti.

Ne vale la pena già per il luogo in cui è sorto il Museo, ricavato nelle ex-poste dei cavalli delle Tranvie bolognesi, nel quartiere Bolognina. In via di Saliceto n. 3 inizia il sentiero che conduce all'edificio e in cui tuttora corrono interrati i vecchi binari.

Fornito di una sala video in cui si possono visionare filmati d'epoca o spettacoli come I-TIGI a Gibellina. Racconto per Ustica di Marco Paolini, il fulcro del Museo è l'installazione permanente A proposito di Ustica dell'artista francese Christian Boltanski, un'esperienza multisensoriale di fortissimo impatto che nessuna immagine è in grado di farci presentire. Nella sala che la ospita, la realtà è sospesa. I rottami del DC-9 recuperati nel corso di quattro lunghi anni dai 3600 metri di profondità marina a cui erano rimasti fino al 1988, sono tornati nella città da cui l'aereo era decollato. Restaurati da Giovanni e Luigi Morigi, sono stati osservati e studiati a lungo da Boltanski, che ha trasformato la sala in un «luogo sacro» che impone silenzio e pretende uno sguardo e un ascolto assoluti.

lunedì 7 luglio 2014

Docufilm - “Love Hotel” di Philip Cox e Hiraku Toda

Love Hotel è il titolo intrigante e facilmente fraintendibile del documentario presentato in anteprima europea allo scorso Biografilm Festival bolognese e replicato a grande richiesta di pubblico. La coppia di registi Philip Cox e Hiraku Toda, infatti, ha realizzato un film delicato, commovente, ricco di umanità, di empatia e di un sano desiderio di incontrare e conoscere l'altro.

Ribadiamolo, dunque. Di là dal titolo che si presta ad ambiguità, Love Hotel non è per chi cerchi scene pruriginose. Anche perché i love hotel giapponesi non sono case chiuse né i nostri motel da tangenziale. Sono spazi in cui si paga a ore e ci sono stanze a tema, bizzarre e colorate, questo sì. Saranno certo meta delle coppie più stravaganti e improvvisate. Ma non sono queste che vediamo nel documentario di Cox e Toda. Vediamo, invece, un anziano solo che, dopo aver guardato i film erotici proiettati nella sua camera, realizza di non essere stato «abbastanza gentile» con le donne che ha avuto. Incontriamo una coppia matura di media condizione socio-economica che cerca di rivitalizzare il suo rapporto e che, soprattutto, pare scoprire la nudità e trovare il coraggio di parlarsi senza veli solo tra le mura protette di un love hotel. Ci si stupisce di sentire i coniugi, sulla quarantina, chiedersi (per la prima volta? o da quando non se lo domandano?) se vogliono avere un bambino.

martedì 1 luglio 2014

Docufilm - “Ai Weiwei: The Fake Case” di Andreas Johnsen

Ai Weiei: The Fake Case (2013), diretto dal regista danese Andreas Johnsen, è il vincitore del premio come miglior documentario nella sezione Concorso Internazionale del Biografilm Festival 2014.

Nulla di sorprendente dal punto di vista filmico. Ma quanto accaduto all'artista cinese di consolidata fama internazionale a partire dalla sua scomparsa all'aeroporto di Pechino il 3 aprile 2011, doveva essere raccontato. Anzi, è lui a raccontarlo girando per casa come un animale in gabbia e attraverso le sue parole pacate e misurate, la sua attività intellettuale e artistica che poco per volta riprende slancio, le sue notti agitate interrotte da un paio d'ore di un sonno mangiato dagli incubi, i suoi vuoti di memoria e quella mano che strofina sugli occhi e sulla fronte per sciogliere invano una tensione che si trasmette anche a noi che lo guardiamo da uno schermo e in differita.

Ai Weiwei: The Fake Case si apre con l'uscita dal carcere dell'artista, subito assediato da giornalisti di cui dribbla le domande. Dicono che è dimagrito. Per 81 giorni è stato detenuto in una cella alla presenza costante di due guardie il cui lavoro era osservarlo. Lo conferma S.A.C.R.E.D., che approda alla Biennale di Venezia del 2013 dopo che sei container hanno fatto viaggiare in sei diverse parti del mondo le riproduzioni plastiche della cella e della prigionia dell'artista, che ha trascorso quasi tre mesi seduto ammanettato a una sedia con quattro occhi inchiodati su di lui, o steso su un letto con una sentinella al fianco che lo fissava, mentre l'altra marciava in diagonale per la stanza. Sottoposto a uno o due interrogatori al giorno. Nessuno con cui parlare. Niente su cui o con cui scrivere. Per 81 giorni.